Le donne al Parlamento
al Teatrino Comunale il 14 febbraio 2009
Le Ecclesiazuse (Le
Donne al Parlamento) messa in scena nel 392 a.C. dopo le Tesmoforiazuse e
Lisistrata, conclude la trilogia di Aristofane che va sotto il nome di “
Le commedie delle donne”. La critica politica di Aristofane è in questo dramma
duplice: da un lato coinvolge la crisi dei valori della polis (la mancanza della
parabasi, vero e proprio pezzo di bravura del coro, ovvero il vero
rappresentante della polis sta a rimarcare proprio il distacco dalla comunità
cittadina) dall’altra le utopie politiche coeve (come la “Repubblica “
platonica) incapaci di fornire una soluzione. Il messaggio, amaro e disperato,
del poeta è che, se si dovrà affidare alle donne, soggetto politico inesistente,
la conduzione dello stato, si è davvero giunti “all’ultima spiaggia”. L’azione
prende le mosse dalla scaltra Prassagora (che nell’allestimento verrà
interpretata da tre attrici, a sottolineare tre momenti di sviluppo del
personaggio). Guidate da lei le donne ateniesi si radunano di prima mattina per
mettere in atto un piano audace ed inaudito: travestite da uomini, occuperanno
in massa l’Assemblea e voteranno di affidare il governo alle donne.Atene in
piena decadenza, guidata da uomini fiacchi, intenti solo a mangiare e defecare,
è degna soltanto di cadere nelle mani delle donne.Queste impadronitesi del
potere, decretano la comunione di tutti i beni e dei rapporti sessuali; però a
differenza delle altre commedie, il successo dell’idea comica non riesce più a
garantire la felicità, e il sogno di benessere e appagamento assume ben presto
le grottesche tinte dell’incubo. La crisi della progettualità drammaturgica va
di pari passo con la crisi politica di Atene, uscita sconfitta dalla guerra
contro Sparta; infatti, anche il coro è anomalo: non rappresenta più la
continuità e la sostanza della Polis, ma si presenta come una costellazione
pressoché casuale di persone. Nell’allestimento si sono comunque volute
ricordare le sue antiche funzioni sceniche attraverso: la danza dei bastoni (il
coro detta il ritmo dell’azione), la danza degli oggetti (la funzione pratica di
coordinamento scenografico) e la danza dei veli (è il coro che “svela” il
significato profondo della vicenda). Il finale assume i colori della fantasia,
cioè di un favoloso “paese di cuccagna“ da racconto popolare, dove la vita è
facile e bella. Un modo di evadere, anche questo, dalla dura e triste realtà.