Liceo Ginnasio Statale "A. di Savoia" - Tivoli


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Eventi 2001 2002

Gli Eraclidi aprile 2002 nel Santuario dErcole Vincitore

Sembra ieri quando nel Santuario d'Ercole e nel suo teatro dopo più di duemila anni sono risuonati di nuovo versi relativi al mito degli Eraclidi...Le immagini sono un po' sfuocate, ma fanno cogliere appieno l'atmosfera di quell'eccezionale avvenimento, organizzato dalla vulcanica prof.ssa Loretta Pellegrini, con l'aiuto tecnico della prof.ssa Laura Di Lorenzo e con la collaborazione della Soprintendenza ai Monumenti per il Lazio.

 

 

 

Riportiamo il testo della ricerca su Ercole eseguita dagli alunni dell'allora classe I C nella sua forma estesa e nella sua forma sintetica

 

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA PER IL LAZIO  

                       ERCOLE

 

                  NEL

 

                             MITO

                                                        A cura degli alunni del

 

                                 LICEO GINNASIO STATALE “A. DI SAVOIA”

 

                           di    Tivoli

 

 

 

Ercole nel mito

  

 

 

1. Nascita ed infanzia di un dio-eroe

L’Eracle greco, Ercole latino,

nacque da Zeus ed Alcmena, una madre mortale(1), dovette affrontare terribili prove, che gli procurarono gloria ma anche estrema sofferenza, prima di essere finalmente deificato. Per la sua doppia natura di uomo e dio i Greci gli sacrificavano alla sera un capretto, come si conveniva ad un eroe, e al mattino un toro, come era logico per un dio. Era anche considerato essere primordiale, nato dalla Terra, figlio della Gran Madre degli dei. In seguito fu ritenuto figlio di Zeus e  servo di Era,dea dei matrimoni.  Il legame con Era è ulteriormente testimoniato dal suo coinvolgimento nei riti del matrimonio a Cos, ma soprattutto dal suo nome, ERACLE, “colui a cui Era diede gloria”.

Che fosse nato a Tebe è attestato dalla rivendicazione orgogliosa dei Tebani, che ricordavano la nascita nella loro città anche dei suoi genitori terreni, Anfitrione ed Alcmena. Però anche Argo, Tirinto e Micene, intese come un’unica regione, vantavano la gloria dei suoi natali, proprio perché essi discendevano da Perseo, i cui figli (Elettrione, Alceo e Stenelo) erano re di importanti città della regione di Argo. Per un conflitto scaturito tra suo zio Elettrione e i Teleboi, Anfitrione, dopo aver ucciso involontariamente Elettrione, dovette assumersi il comando della spedizione e non toccare la sua sposa Alcmena prima che fosse tornato da essa. Fu la stessa Alcmena a porre questa condizione, come pena da scontare per la morte di suo padre.  Inoltre Anfitrione, bandito da Argo sempre per lo stesso motivo, si recò con Alcmena a Tebe.  In seguito, raccolto un esercito, mosse alla spedizione contro i Teleboi e riuscì a vendicare i fratelli di Alcmena. Prima che tornasse  dalla moglie, Zeus si recò da lei nelle sembianze del marito assente, con un calice d’oro e una collana, che mostrò come prove dell’avvenuta vittoria sui Teleboi. Anfitrione, tornato la stessa notte o la successiva, non fu accolto dalla sposa con l’entusiasmo dovuto. Alla sue rimostranze Alcmena gli ricordò di averlo già accolto nel talamo, mostrandogli come prova la coppa. Anfitrione, insospettito, riuscì a comprendere l’evento solo grazie alla spiegazione di Tiresia, sentendosi anche compiaciuto di aver ricevuto un simile “onore” da Zeus.(2). Alcmena partorì due gemelli, uno figlio di Zeus l’altro figlio di Anfitrione, che fu chiamato Ificle, ovvero “famoso per la forza”.

Ma fu proprio Era , la più accanita nemica del Nostro, a procurargli la gloria connessa al suo nome, come è testimoniato anche dalle raffigurazioni dell’eroe nei templi destinati alla dea.

Ella tuttavia cominciò a perseguitarlo sin dal giorno della sua nascita, quando Zeus, accecato da Ate, annunciò agli altri dei che il primo nato di quel giorno avrebbe regnato su tutti gli Argivi. Ma Era e le Moire convinsero Ilizia, dea del parto, a ritardare la nascita di Eracle, facendo nascere prima Euristeo, destinato a regnare su Tirinto e Micene. Eracle riuscì a venire alla luce nello stesso giorno e il giorno successivo nacque Ificle. Zeus ed Era si accordarono sul destino dell’eroe, che avrebbe dovuto compiere dodici fatiche per Euristeo, ormai re di Tirinto e Micene, per ottenere l’immortalità. 

Numerosi aneddoti riguardano l’infanzia dell’eroe, fra i quali quello per cui Alcmena avrebbe condotto il bimbo in una pianura, per la quale passarono Era ed Atena: quest’ultima avrebbe persuaso Era ad allattare il piccolo, divenuto perciò immortale. Secondo un’altra versione Ermes avrebbe accostato al seno di Era addormentata il neonato e la dea, destatasi per il dolore, avrebbe allontanato con violenza il bimbo da lei, causando con il suo latte versato la Via Lattea.

 

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NOTE: 1)Apollodoro, BIBLIOTECA STORICA,II,4,8 narra per esteso la storia del concepimento e della nascita di Ercole, ripresa, con effetti comici, dall’AMPHITRUO di Plauto.

 

 

Quando Eracle ed Ificle erano ancora in fasce(2), due serpenti immani furono inviati nella culla con l’ovvio intento di eliminare il rampollo divino, per volere di Era. Ma il bimbo prodigio compì la sua prima impresa, strozzandoli a mani nude. Secondo altra versione sarebbe stato Anfitrione a ricorrere a questa prova, in verità crudele, per capire chi dei due fosse suo figlio.

L’educazione del piccolo, e poi adolescente e giovane, Eracle vide all’opera molti maestri : di armi, di musica, e proprio per un diverbio con il mitico poeta Lino, suo maestro di musica, Anfitrione spedì l’irascibile fanciullo a pascolare armenti sul Citerone. Qui crebbe gagliardo e possente (si parla di ben quattro cubiti di altezza!), vivendo all’aria aperta, infallibile con l’arco e la lancia.

 

2. L’Eracle giovane

 

Tra il monte Citerone, luogo di molte divine avventure, e l’Elicona, altro monte prestigioso del mito,  era situata la città di Tespie ,sulla quale allora regnava il re Tespio . Egli mandò a chiamare Eracle , che faceva il guardiano di buoi sul Citerone (3), per liberare i suoi armenti dalla continua minaccia di un leone che infestava la regione. L’eroe armato di una clava, forse un ulivo sradicato dall’ Elicona, simile ai bastoni usati dai pastori come armi da caccia, si presentò dal sovrano pronto a combattere la belva. Tespio lo ospitò e lo fece giacere con le cinquanta figlie, tranne una che oppose resistenza al giovane e divenne sua sacerdotessa, mentre le altre generarono suoi figli. In seguito egli tolse la vita al leone e si coprì con la sua pelle(4). A diciotto anni Eracle tornò a Tebe, dove incontrò dei messi inviati da Orcomeno, città dei Mini, governata allora dal re Ergino. I messaggeri andavano a riscuotere un tributo che i Tebani dovevano pagare ai Mini per un antico torto. Eracle mutilò il naso e le orecchie dei nunzi e fu la guerra. L’ eroe solo contro l’ esercito dei Mini vinse e liberando Tebe ricevette da Creonte la figlia Megara in moglie e la signoria su Tebe, alla quale nel mito rimase molto legato. Il passaggio di Eracle da Tebe a Tirinto viene spiegato nel modo seguente. La dea”Era di Argo”aveva un tempio a Tirinto, città governata da Euristeo.Quando Zeus non aveva ancora ottenuto in moglie Era, essa poteva aver messo a disposizione del re del suo paese il suo servo divino, Eracle. Si dice che fu Euristeo a chiamare l’ eroe oppure che quest’ultimo desiderasse spontaneamente vivere a Tirinto, privilegio che dovette pagare con le sue fatiche.

 

  

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Note:

2)Apollodoro, op. cit.,II,4,8. Ed è Ferecide a portare la versione della colpevolezza di Anfitrione per l ‘episodio dei serpenti.                                                                                     3)Apollodoro,op.cit.,II,4,9.                                                                       4)Apollodoro,op.cit.,II,4,11”ucciso il leone ne rivestì la pelle e usò le fauci spalancate come elmo”.

 

  

3. Le dodici fatiche

 

 I fatica: il leone di Nemea

 

La prima fatica affrontata dall’ eroe per ordine di Euristeo si svolge in una valle ai piedi dei monti posti a settentrione di Argo. In una caverna  del monte Tretos, nella valle di Nemea, c’ era un leone devastatore, inviato da un dio e invulnerabile, simbolo della morte, come avviene per la maggior parte delle fatiche. Eracle cercò in un primo momento di colpirlo con le frecce. Ma, accortosi della sua invulnerabilità, lo assediò nella caverna a due uscite. Bloccatane una, lo assalì dall’altra, strangolandolo(5). Si incoronò quindi di sedano selvatico(motivo per cui i vincitori dei giochi Nemei ricevevano in premio corone di tale pianta, così come fecero anche quelli dei giochi istmici) e, dopo aver portato la carcassa ad Euristeo, ne utilizzò la pelle con tutti gli artigli. Essa diventò insieme all’arco e alla clava, elemento iconografico identificativo dell’eroe.

 

 

II fatica: l’idra di Lerna

 

Lerna, palude confinante con gli Inferi, ma anche vicina ad Argo, sorvegliata dal mostruoso serpente (idra) che doveva impedire l’accesso ai mortali, ma in realtà saccheggiava pianure e valli circostanti, è la meta della seconda impresa imposta da Euristeo(6). Anche l’idra, da un numero imprecisato di teste(fino a cento ne annoverano le varie tradizioni) di cui una sola immortale,viene stremata dall’eroe (giunto a Lerna su un carro guidato dal tebano Iolao, suo nipote) a colpi di frecce infuocate. Avvinghiatisi in una lotta letale, Eracle non riusciva ad averne ragione, perché al posto di ogni testa che tagliava ne spuntavano due e perché un granchio gigantesco gli pungeva il piede. L’ aiuto di Iolao, che bruciò alle radici le teste tagliate impedendo loro di ricrescere, consentì ad Eracle di uccidere il granchio,  di troncare il capo immortale e seppellirlo sotto un grande macigno.Quindi ne utilizzò il fiele come veleno per le sue frecce. Il granchio, come era già accaduto per il leone, diventò una costellazione (quella, appunto, del cancro). Euristeo non volle riconoscere ad Eracle questa fatica perché aiutato da Iolao. Due imprese non furono riconosciute da Euristeo delle dodici, imposte secondo i mesi dell’anno e i segni dello Zodiaco, tutte con lo scopo comune di lotta contro la morte.

 

III fatica: la cerva di Cerinea

 

Eracle doveva recarsi presso Enoe (“villaggio del vino”), l’ultima località che apparteneva ancora ad Argo per assolvere al terzo incarico datogli da Euristeo: portare viva a Micene la cerva dalle corna d ‘oro, appartenente alla dea di Enoe ma che si nascondeva anche da Artemide, sulla rupe di Cerinea nell’Arcadia. Da lì ella scendeva a saccheggiare  le coltivazioni dei contadini di Argo(7). Era chiara l’origine divina dell’animale: forse una compagna di Artemide, la titana Taigeta, trasformata in cerva, per aver accettato l’amore di Zeus. Ella fuggiva continuamente; l’inseguitore non poteva vincere il desiderio di catturarla col rischio di sconfinare o in un altro paese, dal quale non si ritornava o di non raggiungerla.  Eracle doveva prendere la cerva, ma non colpirla con la freccia, motivo per cui dovette inseguirla per un anno per tutta l ‘Arcadia, fino all’ Istria, dove, come ci dice Pindaro(8), la catturò. Secondo un’altra versione, invece, l’eroe la raggiunse mentre cercava di attraversare a nuoto il fiume Ladone, in Arcadia. Dopo aver legato insieme i piedi della preda, caricandosela sulle spalle, attraversò l’Arcadia. Qui incontrò Apollo e Artemide, con i quali entrò in contrasto perché Apollo tentò di strappare con la forza la cerva all’eroe, mentre Artemide gli rinfacciò di aver ucciso l’animale a lei sacro. Eracle riuscì ad ottenere il perdono, dimostrando che l’animale era vivo e che l’impresa gli era stata imposta.

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Note:

5)Apollodoro,op.cit., II,5,1 .                                                                                                   6)Apollodoro, op.cit., II,5,2.                                                                                                                      7)Apollodoro,op.cit., II,5,3: ”la terza impresa che Euristeo ordinò a Eracle fu di portare, viva, a Micene la cerva di Cerinea, la cerva dalle corna d’oro, sacra ad Artemide, che si trovava ad Enoe”. 8)Pindaro,Olimpica III.

 

                                                                                                           

IV fatica: il cinghiale di Erimanto

 

Sul monte Erimanto, ancora in Arcadia, l’eroe fu mandato a compiere la quarta fatica : catturare vivo il cinghiale che distruggeva le colture del luogo, per portarlo quindi a Micene. L’eroe attraversò di nuovo tutta l’Arcadia e giunse dapprima nei boschi di Folo, un centauro che lo ospitò nella sua caverna, insieme a Chirone. Qui Eracle è connesso per la prima volta al vino, dono di Dioniso.

In seguito alla zuffa scaturita da tale dono, Chirone venne colpito per errore da una freccia avvelenata di Eracle e lo stesso Folo morì, ferito mortalmente al piede dall’arma cadutagli di mano, mentre l’ammirava da vicino.  Solo alla fine di questa avventura “collaterale”, l’eroe, giunto alfine sull’Erimanto, spaventato il cinghiale e stanatolo, lo spinse sulla neve delle alture e lo legò con un laccio. Così lo trasportò quindi a Micene.

 

 

V fatica:gli uccelli del lago Stinfalo

 

La V fatica di Ercole consiste nel cacciare gli uccelli che soggiornavano sul lago  Stinfalo, in Arcadia. Questi uccelli erano innumerevoli e oscuravano il cielo ogni volta che si alzavano in volo. Per questo i poeti tragici e i mitologi (9) li paragonano alle anime dei morti che si trovano sull’Acheronte. Una tale rappresentazione macabra dipende anche dal fatto che si narrava che questi uccelli, allevati da Ares, si nutrivano di carne umana. L’eroe, per portare a termine il suo compito, salì su un’altura e,  producendo un forte rumore, con  nacchere di bronzo o con l’arco(10), riuscì nel suo intento. Alcune rappresentazioni vascolari raffigurano l’immagine di Eracle intento a combattere gli uccelli con una fionda o un bastone. Alcuni uccelli fuggirono nell’isola di Ares, nel mar Nero.

 

 

VI fatica: le stalle di Augia

 

Questa volta il compito dell’eroe consisteva nel ripulire le stalle del re Augia, sovrano di Elide, figlio di Elio. Si narra che proprio grazie ai suoi natali, il re possedesse numerosi armenti e avesse in questi le ricchezze del dio Sole. Eracle fu mandato da Euristeo nel Peloponneso per togliere lo sterco delle vacche che riempiva le stalle e causava pestilenze in tutto il paese(11). Tutto questo doveva essere compiuto in un solo giorno; se così non fosse stato, sarebbe diventato lo schiavo di Augia, addetto alle stalle. Per l’eroe fu facile portare a termine il suo lavoro: buttò giù le pareti dell’edificio e vi fece confluire  le acque di due fiumi, l’Alfeo e il Peneo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

  

VII fatica: le cavalle di Diomede

 

A partire da questa fatica, Eracle deve allontanarsi sempre di più dalla regione di Argo, Micene e Tirinto, in cui si sono svolte le prime sei fatiche. In questo caso si reca in Tracia per catturare

le quattro cavalle del re Diomede, che erano nutrite dal re con carne umana, dando loro in pasto i forestieri(12). Esse erano imparentate con le Arpie, le Gorgoni e le Erinni e nella tradizione, essendo il re degli inferi “celebre per i suoi cavalli”(13), rappresentavano la Morte. Eracle attraversò la Tessaglia e arrivò presso il re Admeto,strappò alla morte Alcesti, sua moglie che si sacrificava per amore dello sposo, a cui le Moire raddoppiarono la vita a patto che il giorno della sua morte perisse qualcun altro al suo posto, e proseguì il suo viaggio(14) .Quando Eracle giunse in Tracia, presso il figlio di Ares, catturò le sue feroci cavalle e diede loro in pasto il tiranno. Si racconta che l’ eroe dopo l’impresa avesse partecipato alla spedizione degli Argonauti e che avesse affrontato in lotta Cicno(15).

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 Note:

                                                                                                                                                                                                           9)Diodoro Siculo 4,12,3 e Pindaro, Pitiche,X,v.31.                                                                                                   10) Apollodoro 2,5,6: la considera VI fatica, facendo delle”stalle di Augia” la V: ”la sesta impresa che Euristeo ordinò ad Eracle fu di cacciare gli uccelli dalla palude stinfalide” .                             11) Pausania, Periegesi della Grecia, 2,16,4.                                                                               12)Pausania, op.cit., 3,22,4.                                                                                                    13)Pausania op.cit.,7,24,13.                                                                                                                14) E’ questa la trama dell’Alcesti di Euripide.                                                                        15)Pseudo-Esiodo,Lo scudo.  Per Apollodoro, op.cit., II ,5,8, questa costituiva l’ottava fatica.

 

 

VIII fatica:il toro di Minosse

 

Per questa impresa l’eroe deve recarsi a Creta per conquistare il  toro, forse quello che aveva trasportato Europa o quello inviato da Poseidone dal mare, divenuto furioso, per punizione di Poseidone , e perciò da eliminare. Eracle doveva catturarlo vivo, secondo l’ordine di Euristeo, e portarlo a Micene. Minosse gli fu d’aiuto, come ricorda Diodoro Siculo(4.13.4). Eracle lo legò con una corda e lo stordì con la clava, portandolo quindi a Micene. Liberato, l’animale si allontanò fino alla piana di Maratona, dove fu catturato da Teseo e immolato ad Apollo(16).

 

 

IX fatica: il cinto di Ippolita

 

L’impresa è determinata dal capriccio della figlia di Euristeo che vuole avere la cintura regalata dal padre Ares alla regina delle Amazzoni. Eracle raggiunge perciò il Ponto, il paese delle Amazzoni, accompagnato però da vari amici, tra cui Teseo e Telamone.Una versione vuole che le Amazzoni, non ostili agli eroi, li accolsero ed Ippolita donò volontariamente il cinto. L’altra narra invece dell’intervento di  Era, sotto mentite spoglie di amazzone, a sobillare l’odio contro gli eroi, che combatterono contro di loro. Eracle uccise Ippolita e le tolse il cinto.(17).

 

  

X fatica: i buoi di Gerione

 

Eracle dovette raggiungere, al di là dell’oceano, l’isola di Erizia (18), dove il pastore Euritione e il cane con due teste, Orto, custodivano i buoi di Gerione, il mostro dai tre corpi. I suoi buoi pascolavano al tramonto. Egli si poneva in agguato, forse gridando, e sfidava a morte gli uomini desiderosi di combattere e di catturare i buoi. Eracle raggiunse per mare l’isola e dal Peloponneso, costeggiando l’Africa, giunse allo stretto, dove eresse le famose colonne che da lui presero il nome. Molte leggende secondarie e collaterali sono legate al viaggio compiuto in Africa per questa impresa (es.quelle di Anteo, Busiride,  ecc.). Giunto sull’isola (Eritia=rossa) uccise il cane Orto, che lo aveva scoperto nelle stalle, con la clava ed  Euritione, accorso in aiuto, fece la stessa fine. Mentre stava portandosi via i buoi, sopraggiunse Gerione e il duello fu terribile, perché il mostro poteva utilizzare le membra di tre corpi. Ma Eracle lo uccise e, costeggiando il Mediterraneo, tornò ad Argo. Anche al viaggio di ritorno sono collegate numerose imprese secondarie( ad es. l’assalto dei predoni, la lotta con i Liguri, lo scontro con Caco sull’Aventino, avventura da cui sarebbe stato istituito il culto dell’eroe a Roma, legato all’Ara maxima,  ecc.). Da tutte Eracle esce vincitore, conservando la mandria e conducendola a Micene, dove Euristeo la sacrificò ad Era.

 

  

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Note:

16)Apollodoro,op.cit.,II,5,7 .                                                                                              17)Apollodoro, op.cit., II,5,9 .                                                                                              18)Apollodoro, op.cit., II,5,10: ”Erizia era un’isola situata vicino all’ Oceano e ora ha nome Cadice”.

 

  

XI fatica: i pomi d’oro delle Esperidi

 

 Ancora una volta Eracle dovette raggiungere il paese degli Iperborei per cogliere i pomi d’oro del giardino delle Esperidi (19). Le mele erano state donate da Gea ad Era per le nozze con Zeus ed erano custodite dalle Esperidi (Egle, Eurizia, Esperia ed Aretusa) nonché da un serpente immortale con cento teste (Ladone).Tra i miti che spiegano come Eracle trovò la strada per raggiungere il giardino, c’è quello che attesta che gliela avesse indicata Prometeo (20), quando il figlio di Zeus lo liberò dal tormento inflittogli dal re degli dei . Dal paese degli Iperborei arrivò poi dalle Esperidi, dalle quali si poteva giungere anche al paese dei Beati, vietato ai mortali, così come era vietato cogliere le mele, pena una doppia morte. Su come Eracle si impadronì delle mele esiste una duplice tradizione: o,con un inganno, le fece cogliere ad Atlante, reggendo in sua vece il mondo per il tempo necessario o attaccò e uccise Ladone, cogliendo personalmente le mele, accordatosi prima con le Esperidi (21).

 

 

XII fatica: la cattura di Cerbero

 

L’ultima fatica (22), che per alcuni è posta anche al penultimo posto, rappresenta per l’eroe la sfida estrema alla morte, un atto inaudito che neppure un eroe poteva osare e solo un eroe “divino” come Eracle poteva portare a compimento. C’è la tradizione che anche il Nostro, per poter riuscire, benché figlio di Zeus, si fosse fatto iniziare ai misteri Eleusini, gli unici che potevano”preparare” alla morte, qual’ è la catabasi di Eracle. Egli scende nell’Ade dal capo Tenaro, estrema punta meridionale del Peloponneso, una cui caverna era la” porta “degli Inferi, tradizionale per i Greci(23). Eracle è rappresentato con la spada sguainata che tenta di superare con la forza le entità che gli si oppongono (Caronte; Meleagro, da cui ottiene la promessa di poter sposare Deianira, poi causa della sua morte; la Gorgone) e libera quanti ritiene ingiustamente oppressi (es. Teseo). Ottiene, quindi, dai re degli Inferi (Ade e Persefone) di portare  alla luce Cerbero, cane a tre o cinquanta gole, che divorava chi non avesse il permesso di passare il limite imposto. Tornato indietro lo afferra alla gola e lo incatena, portandolo fuori dall’Ade e giungendo a Trezene o ad Ermione, incamminandosi poi verso Tirinto e Micene.

 

 

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Note:

19)Apollodoro,op.cit.,II,5,11 .                                                                                                            20) Eschilo, Prometeo liberato, e nella testimonianza della Teogonia di Esiodo; Apollodoro, op. cit., II,5,11.                                                                                                                                                21)E’ ancora Apollodoro a riportare la versione alternativa, che asserisce anche che:”Eracle le diede ad Atena che le riportò di nuovo dalle Esperidi, perché non era lecito che fossero collocate in un luogo qualsiasi”.  .                                                                                                                  22)Apollodoro, op.cit., II,5,12 ”la dodicesima impresa che Euristeo ordinò ad Eracle fu di riportare Cerbero dall’Ade”.                                                                                                              23)Apollodoro, op.cit., ibidem.

 

 

4. Sofferenze, morte e divinizzazione dell’eroe

 

Al ritorno dagli Inferi, Eracle, unico tra gli eroi e gli dei ad essere chiamato Callinico come vincitore della morte,  motivo per cui in seguito si vide dedicato un altare, mentre come Alexikakos, cioè “difensore dal male” era già noto dalla guerra di Troia (24), dovette affrontare le due più terribili prove, alle quali neppure un eroe divino come lui poté sottrarsi : la follia e la morte.  Sulla follia sono accreditate due versioni : quella euripidea (25)  e quella tradizionale. La prima lo rende folle, per volere di Era e senza nessuna sua colpa, al ritorno della dodicesima fatica. Dopo aver salvato moglie, figli e padre (Anfitrione) dalle persecuzioni del tiranno Lico, l’eroe colto da follia (Lissa), li uccide, fermandosi solo quando Atena lo colpisce con la “pietra della saggezza” per impedirgli di uccidere Anfitrione (26).  Nella versione del mito tradizionale, la follia colpisce Eracle prima delle fatiche e queste ultime gli vengono imposte proprio ad espiazione del terribile delitto commesso. (27). 

Da due donne  viene invece causata la sua morte: Deianira e Iole. La prima, dal nome parlante e profetico (“nemica degli uomini”) era stata offerta in sposa all’eroe nell’Ade dal fratello Meleagro (nozze sicuramente non di buon auspicio, visto il luogo in cui sono state promesse!). Eracle, per ottenerla, aveva dovuto sconfiggere il fiume Acheloo,e le sue spaventose trasformazioni, in un’ennesima lotta (28). Nel viaggio di ritorno a casa con la novella sposa, dovendo attraversare il fiume Eveno, l’eroe fece traghettare la moglie sul dorso del centauro Nesso.  Poiché costui aveva cercato di violentarla, Eracle lo uccise con una freccia avvelenata. Nesso, morente, ingannò Deianira, consegnandole il suo sangue avvelenato come talismano d’amore(29). Da questo sangue, ritenuto dalla sprovveduta ed innamorata consorte un filtro d’amore per riconquistare l’affetto del marito ormai invaghito di Iole, dopo la conquista di Ecalia, sarà imbevuta la tunica letale, inviata dalla devota sposa al marito trionfatore. Colto da strazi infiniti e tra indicibili sofferenze, Eracle si fece  portare sul monte Eta, dove salì sulla pira approntatagli dal figlio Illo.  “Si narra che, mentre la pira ardeva, una nuvola si sia posta sotto il corpo di Eracle e, tra rombi di tuono, lo abbia trasportato in cielo. Qui ricevette l’immortalità, si riconciliò con Era e ne sposò la figlia Ebe”(Apollodoro, op. cit., II,7,7)(30).

 

 

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Note:                                                                                                                                                      24) Apollodoro, op. cit., II,6,4.

25) Euripide, Eracle.

26) Pausania, Periegesi della Grecia, 9,11,2.

27) Apollodoro , op. cit. II,4,12 : “Dopo la battaglia con i Minii, accadde che Eracle, a causa della gelosia di Era, fu colto da follia e gettò nel fuoco i figli che aveva avuto da Megara e due dei figli di Ificle…… Si reca a Delfi e chiede al dio dove avrebbe dovuto stabilirsi ….. La Pizia gli disse di stabilirsi a Tirinto, e di servire Euristeo per dodici anni compiendo le dieci imprese che gli sarebbero state ordinate…….. in questo modo, dopo averle compiute, sarebbe diventato immortale”.

28) Apollodoro,op. cit., III,9,1:

29) Apollodoro, op. cit., II,7,6.

30) La stessa versione della morte di Eracle è riportata nelle Trachinie di Sofocle.

 

BIBLIOGRAFIA

Il manuale mitografico di K.KERENYI, Gli dei  e gli eroi della Grecia, vol. II, pag. 141 sgg., Milano,1984 e il racconto mitologico di APOLLODORO, Biblioteca, I miti greci, Fondazione Valla-Mondadori, Milano,1986, I,3,2-III, 15,2, nonché, per le iconografie, il sito INTERNET, msn.it  Encarta online, e  ARCHEO, Anno IX, numero 1(107), gennaio 1994, Dossier, Le fatiche di Ercole, a cura di Corinne Bonnet Xella, pag. 59 sgg, sono  i testi di fondo utilizzati per la presente ricerca.

                                                       

Tivoli APRILE,2002           LA CLASSE    I C     del LICEO-GINNASIO STATALE “AMEDEO DI SAVOIA”       TIVOLI                                                                               

 

 

 

 

 

 

  (forma breve)

 

 

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA PER IL LAZIO  

                       ERCOLE

 

                  NEL

 

                                 MITO

 

 

 

 

   A cura degli alunni  del LICEO GINNASIO STATALE “A. DI SAVOIA”    di    Tivoli

 

 

 

 

1. Nascita ed infanzia di un dio-eroe

L’Eracle greco, Ercole latino,

nacque da Zeus ed Alcmena, una madre mortale(1), dovette affrontare terribili prove, che gli procurarono gloria ma anche estrema sofferenza, prima di essere finalmente deificato. Per la sua doppia natura di uomo e dio i Greci gli sacrificavano alla sera un capretto, come si conveniva ad un eroe, e al mattino un toro, come era logico per un dio. Era anche considerato essere primordiale, nato dalla Terra, figlio della Gran Madre degli dei. In seguito fu ritenuto figlio di Zeus e  servo di Era, dea dei matrimoni.  Il legame con Era è ulteriormente testimoniato dal suo coinvolgimento nei riti del matrimonio a Cos, ma soprattutto dal suo nome, ERACLE, “colui a cui Era diede gloria”.

Che fosse nato a Tebe è attestato dalla rivendicazione orgogliosa dei Tebani, che ricordavano la nascita nella loro città anche dei suoi genitori terreni, Anfitrione ed Alcmena. Però anche Argo, Tirinto e Micene, intese come un’unica regione, vantavano la gloria dei suoi natali, proprio perché essi discendevano da Perseo, i cui figli (Elettrione, Alceo e Stenelo) erano re di importanti città della regione di Argo. Per un conflitto scaturito tra suo zio Elettrione e i Teleboi, Anfitrione, dopo aver ucciso involontariamente Elettrione, dovette assumersi il comando della spedizione e non toccare la sua sposa Alcmena prima che fosse tornato da essa. Fu la stessa Alcmena a porre questa condizione, come pena da scontare per la morte di suo padre.  Inoltre Anfitrione, bandito da Argo sempre per lo stesso motivo, si recò con Alcmena a Tebe.  In seguito, raccolto un esercito, mosse alla spedizione contro i Teleboi e riuscì a vendicare i fratelli di Alcmena. Prima che tornasse  dalla moglie, Zeus si recò da lei nelle sembianze del marito assente, con un calice d’oro e una collana, che mostrò come prove dell’avvenuta vittoria sui Teleboi. Anfitrione, tornato la stessa notte o la successiva, non fu accolto dalla sposa con l’entusiasmo dovuto. Alla sue rimostranze Alcmena gli ricordò di averlo già accolto nel talamo, mostrandogli come prova la coppa. Anfitrione, insospettito, riuscì a comprendere l’evento solo grazie alla spiegazione di Tiresia, sentendosi anche compiaciuto di aver ricevuto un simile “onore” da Zeus.(2). Alcmena partorì due gemelli, uno figlio di Zeus l’altro figlio di Anfitrione, che fu chiamato Ificle, ovvero “famoso per la forza”.

Ma fu proprio Era , la più accanita nemica del Nostro, a procurargli la gloria connessa al suo nome, come è testimoniato anche dalle raffigurazioni dell’eroe nei templi destinati alla dea.

Ella tuttavia cominciò a perseguitarlo sin dal giorno della sua nascita, quando Zeus, accecato da Ate, annunciò agli altri dei che il primo nato di quel giorno avrebbe regnato su tutti gli Argivi. Ma Era e le Moire convinsero Ilizia, dea del parto, a ritardare la nascita di Eracle, facendo nascere prima Euristeo, destinato a regnare su Tirinto e Micene. Eracle riuscì a venire alla luce nello stesso giorno e il giorno successivo nacque Ificle. Zeus ed Era si accordarono sul destino dell’eroe, che avrebbe dovuto compiere dodici fatiche per Euristeo, ormai re di Tirinto e Micene, per ottenere l’immortalità.  

Numerosi aneddoti riguardano l’infanzia dell’eroe, fra i quali quello per cui Alcmena avrebbe condotto il bimbo in una pianura, per la quale passarono Era ed Atena: quest’ultima avrebbe persuaso Era ad allattare il piccolo, divenuto perciò immortale. Secondo un’altra versione Ermes avrebbe accostato al seno di Era addormentata il neonato e la dea, destatasi per il dolore, avrebbe allontanato con violenza il bimbo da lei, causando con il suo latte versato la Via Lattea.

 

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NOTE: 1)Apollodoro, BIBLIOTECA STORICA,II,4,8 narra per esteso la storia del concepimento e della nascita di Ercole, ripresa, con effetti comici, dall’AMPHITRUO di Plauto.

 

 

 

 

 

Quando Eracle ed Ificle erano ancora in fasce(2), due serpenti immani furono inviati nella culla con l’ovvio intento di eliminare il rampollo divino, per volere di Era. Ma il bimbo prodigio compì la sua prima impresa, strozzandoli a mani nude. Secondo altra versione sarebbe stato Anfitrione a ricorrere a questa prova, in verità crudele, per capire chi dei due fosse suo figlio.

L’educazione del piccolo, e poi adolescente e giovane, Eracle vide all’opera molti maestri : di armi, di musica, e proprio per un diverbio con il mitico poeta Lino, suo maestro di musica, Anfitrione spedì l’irascibile fanciullo a pascolare armenti sul Citerone. Qui crebbe gagliardo e possente (si parla di ben quattro cubiti di altezza!), vivendo all’aria aperta, infallibile con l’arco e la lancia.

 

 

 

 

2. L’Eracle giovane

 

Tra il monte Citerone, luogo di molte divine avventure, e l’Elicona, altro monte prestigioso del mito,  era situata la città di Tespie ,sulla quale allora regnava il re Tespio . Egli mandò a chiamare Eracle , che faceva il guardiano di buoi sul Citerone (3), per liberare i suoi armenti dalla continua minaccia di un leone che infestava la regione. L’eroe armato di una clava, forse un ulivo sradicato dall’ Elicona, simile ai bastoni usati dai pastori come armi da caccia, si presentò dal sovrano pronto a combattere la belva. Tespio lo ospitò e lo fece giacere con le cinquanta figlie, tranne una che oppose resistenza al giovane e divenne sua sacerdotessa, mentre le altre generarono suoi figli. In seguito egli tolse la vita al leone e si coprì con la sua pelle(4). A diciotto anni Eracle tornò a Tebe, dove incontrò dei messi inviati da Orcomeno, città dei Mini, governata allora dal re Ergino. I messaggeri andavano a riscuotere un tributo che i Tebani dovevano pagare ai Mini per un antico torto. Eracle mutilò il naso e le orecchie dei nunzi e fu la guerra. L’ eroe solo contro l’ esercito dei Mini vinse e liberando Tebe ricevette da Creonte la figlia Megara in moglie e la signoria su Tebe, alla quale nel mito rimase molto legato. Il passaggio di Eracle da Tebe a Tirinto viene spiegato nel modo seguente. La dea”Era di Argo”aveva un tempio a Tirinto, città governata da Euristeo.Quando Zeus non aveva ancora ottenuto in moglie Era, essa poteva aver messo a disposizione del re del suo paese il suo servo divino, Eracle. Si dice che fu Euristeo a chiamare l’ eroe oppure che quest’ultimo desiderasse spontaneamente vivere a Tirinto, privilegio che dovette pagare con le sue fatiche.

 

 

 

 

 

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Note:

2)Apollodoro, op. cit.,II,4,8. Ed è Ferecide a portare la versione della colpevolezza di Anfitrione per l ‘episodio dei serpenti.                                                                                     3)Apollodoro,op.cit.,II,4,9.                                                                       4)Apollodoro,op.cit.,II,4,11”ucciso il leone ne rivestì la pelle e usò le fauci spalancate come elmo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Le dodici fatiche

 

Ad Eracle furono imposte per volere di Euristeo (in realtà per quello di Era) dodici fatiche – dieci secondo alcuni , che non considerano  l’impresa delle stalle di Augia (VI) e la conquista del cinto di Ippolita (IX) come fatiche, dato che in esse Eracle non rischia la vita, come dovrebbe fare in tutte,considerate vere e proprie prove della morte – che si concluderanno con la discesa agli Inferi.

Dalla I, ovvero la cattura del leone nemeo, all’ultima, appunto la cattura di Cerbero nell’Ade (XII), l’eroe non fa altro che affrontare e superare prove della morte, domando, di volta in volta, l’idra di Lerna (II), la cerva di Cerinea (III), il cinghiale di Erimanto (IV), gli uccelli del lago Stinfalo (V),  ripulendo le stalle di Augia (VI),  conquistando le cavalle di Diomede (VII), il toro di Minosse, il cinto di Ippolita (IX), i buoi di Gerione (X), i pomi delle Esperidi (XI). (5).

Inoltre per portare a termine tutte le imprese, il Nostro dovette muoversi dall’Argolide e dal Peloponneso, fino a giungere ai confini estremi del mondo, oltre le colonne,che da lui presero il nome, in terre in cui era proibito l’accesso ai comuni mortali.

 

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 Note : 5) Le dodici fatiche sono narrate in Apollodoro, op. cit., da II,4,11 a II,5,12.

 

 

 

 

 

4. Sofferenze, morte e divinizzazione dell’eroe

 

Al ritorno dagli Inferi, Eracle, unico tra gli eroi e gli dei ad essere chiamato Callinico come vincitore della morte,  motivo per cui in seguito si vide dedicato un altare, mentre come Alexikakos, cioè “difensore dal male” era già noto dalla guerra di Troia (6), dovette affrontare le due più terribili prove, alle quali neppure un eroe divino come lui poté sottrarsi : la follia e la morte.  Sulla follia sono accreditate due versioni : quella euripidea (7)  e quella tradizionale. La prima lo rende folle, per volere di Era e senza nessuna sua colpa, al ritorno della dodicesima fatica. Dopo aver salvato moglie, figli e padre (Anfitrione) dalle persecuzioni del tiranno Lico, l’eroe colto da follia (Lissa), li uccide, fermandosi solo quando Atena lo colpisce con la “pietra della saggezza” per impedirgli di uccidere Anfitrione (8).  Nella versione del mito tradizionale, la follia colpisce Eracle prima delle fatiche e queste ultime gli vengono imposte proprio ad espiazione del terribile delitto commesso. (9). 

Da due donne  viene invece causata la sua morte: Deianira e Iole. La prima, dal nome parlante e profetico (“nemica degli uomini”) era stata offerta in sposa all’eroe nell’Ade dal fratello Meleagro (nozze sicuramente non di buon auspicio, visto il luogo in cui sono state promesse!). Eracle, per ottenerla, aveva dovuto sconfiggere il fiume Acheloo,e le sue spaventose trasformazioni, in un’ennesima lotta (10). Nel viaggio di ritorno a casa con la novella sposa, dovendo attraversare il fiume Eveno, l’eroe fece traghettare la moglie sul dorso del centauro Nesso.  Poiché costui aveva cercato di violentarla, Eracle lo uccise con una freccia avvelenata. Nesso, morente, ingannò Deianira, consegnandole il suo sangue avvelenato come talismano d’amore(11). Da questo sangue, ritenuto dalla sprovveduta ed innamorata consorte un filtro d’amore per riconquistare l’affetto del marito ormai invaghito di Iole, dopo la conquista di Ecalia, sarà imbevuta la tunica letale, inviata dalla devota sposa al marito trionfatore. Colto da strazi infiniti e tra indicibili sofferenze, Eracle si fece  portare sul monte Eta, dove salì sulla pira approntatagli dal figlio Illo.  “Si narra che, mentre la pira ardeva, una nuvola si sia posta sotto il corpo di Eracle e, tra rombi di tuono, lo abbia trasportato in cielo. Qui ricevette l’immortalità, si riconciliò con Era e ne sposò la figlia Ebe”(Apollodoro, op. cit., II,7,7)(12).

 

 

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Note:                                                                                                                                                      6) Apollodoro, op. cit., II,6,4.

7) Euripide, Eracle.

8) Pausania, Periegesi della Grecia, 9,11,2.

9) Apollodoro , op. cit. II,4,12 : “Dopo la battaglia con i Minii, accadde che Eracle, a causa della gelosia di Era, fu colto da follia e gettò nel fuoco i figli che aveva avuto da Megara e due dei figli di Ificle…… Si reca a Delfi e chiede al dio dove avrebbe dovuto stabilirsi ….. La Pizia gli disse di stabilirsi a Tirinto, e di servire Euristeo per dodici anni compiendo le dieci imprese che gli sarebbero state ordinate…….. in questo modo, dopo averle compiute, sarebbe diventato immortale”.

10) Apollodoro,op. cit., III,9,1:

11) Apollodoro, op. cit., II,7,6.

12) La stessa versione della morte di Eracle è riportata nelle Trachinie di Sofocle.

 

BIBLIOGRAFIA

Il manuale mitografico di K.KERENYI, Gli dei  e gli eroi della Grecia, vol. II, pag. 141 sgg., Milano,1984 e il racconto mitologico di APOLLODORO, Biblioteca, I miti greci, Fondazione Valla-Mondadori, Milano,1986, I,3,2-III, 15,2, nonché, per le iconografie, il sito INTERNET, msn.it  Encarta online, e  ARCHEO, Anno IX, numero 1(107), gennaio 1994, Dossier, Le fatiche di Ercole, a cura di Corinne Bonnet Xella, pag. 59 sgg, sono  i testi di fondo utilizzati per la presente ricerca.

                                                       

Tivoli APRILE,2002             LA CLASSE    I C  del LICEO-GINNASIO STATALE “A. DI SAVOIA”         TIVOLI