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Siamo lieti di presentare l'elaborato della classe III A che è risultato vincitore del Progetto "Politica e vita quotidiana" indetto dal Centro di Studi ed iniziative per la riforma dello stato".
BATTITI POLITICI «Mi ritrovo in una palestra. Credo che sia tardi. Sono le otto del mattino e stamattina i ragazzi hanno assemblea d’istituto. eppure in questa palestra non c’è ancora nessuno, forse è ancora troppo presto; ci sono tanti ragazzi che sono pendolari, alcuni vengono da fuori. Va bene, aspetterò. Ma ecco arrivare un primo gruppo di ragazzi. Cosa fanno? Invece di entrare parlano di un “Grande Fratello” fumando una sigaretta dietro l’altra. Sono già venti minuti che aspetto e sui loro volti altro non vedo se non l’indifferenza e la stanchezza per la notte appena trascorsa. Finalmente arrivano, anche se in ritardo, i rappresentanti d’istituto. Ci sono anche altri gruppi di ragazzi, ritardatari, che si accingono ad entrare. Schiamazzi, chiacchiere, addirittura canzoni! Perché sprecano in questo modo tempo prezioso messo loro a disposizione? Nessuno chiede, nessuno si accorge di me. Eppure io ci sono. All’improvviso mi ritrovo in piedi e chiedo: «Ragazzi sapete cos’è la Politica?». Mi accorgo che il panico assale i loro volti. Tra lo stupore generale prende parola un ragazzo che, con aria di sufficienza, afferma: «Scusa, ma chi sei? La bidella nuova?». «Ho molti nomi, ho molte forme, ho molti volti. Mi identifico nei sorrisi della gente, mi ritrovo nei loro occhi, ma nessuno può affermare di conoscermi veramente». «Si, ma io ancora non ho capito chi sei!». Ed ora la parole escono calde, piene e non posso e non voglio fermarle. Non ora. Questa volta è più importante. Questa volta è tutta la mia vita. «Allora ragazzi… Dicono di me che sono arte e scienza del governo. Ma non è solo questo. Vivo, respiro e a volte ho così tante paure che le parole mi restano spezzate in gola come un grido silenzioso; resta come qualcosa di non detto che pesa come un macigno, che è un tarlo che mi logora e mi impedisce di essere amata. L’amore necessita parole, la vita merita di essere raccontata. Sono nata in Grecia e poi ho trascorso la mia giovinezza a Roma. Dicono di me che mi sono sposata con la Rivoluzione Francese, che sono invecchiata con la dittatura e che ho rischiato di morire con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. L’immagine più viva che ho negli occhi e nel cuore, mi vede seduta in una piazza attorniata da “tanti signori” con in mano un pezzo di coccio. Non vi erano schiamazzi in quell’ assemblea e quando mi alzavo in piedi non avevo bisogno di dare spiegazioni sulla mia identità. Ero io e basta. Non avevo nome. Furono loro che mi battezzarono Πολιτεία. Loro, cittadini della πόλις. E in quel silenzio che fa tanto paura agli uomini, tutti mi amavano. Ma tutto questo amore viaggiava sull’orlo di un baratro, sempre conteso tra ragione e sentimento. Ho conosciuto anche tanto odio e non credevo che una donna potesse provarne tanto. Non credevo che una donna avesse in sé la forza di lasciarsi morire piuttosto che assecondarmi e assegnarmi la corona della vittoria. Un destino annunciato da un nome. Antigone, nata per vivere contro di me. E nel silenzio andai via piangendo calde lacrime necessarie per guarire una dignità ed un orgoglio feriti nel profondo. Con la morte nel cuore giunsi a Roma, dove non trovai più quella solitudine e quel freddo, miei fedelissimi compagni di viaggio. Quando arrivai, virtuose parole colme di rispetto e gratitudine mi accolsero. Quelle mani alzate in un’aula di senato accarezzavano il mio viso. Mi sentivo a casa. Protetta. L’idea che la mia vita potesse ricominciare nuovamente si faceva sempre più concreta. Vivevo felice, rispettata. Ad un tratto quelle parole smisero di essere colme di rispetto e rimasero incastrate sulle mie labbra. Tutte quelle persone che mi avevano amato e rispettato divennero solo nomi scritti su liste nere di proscrizione. Quella tranquillità che credevo di aver riconquistato era svanita. Fui successivamente dilaniata da un’inutile guerra intestina, che si cibava delle mie viscere. Quella guerra civile fu un attentato alla mia vita. Mai, quel giorno in cui giunsi qui, avrei creduto di arrivare a tutto questo. Proprio quando il buio mi trascinava nell’oblio della sua disperazione, ho sentito di nuovo i cuori della gente battere all’unisono. Era il cuore del mondo a battere, il mio cuore, leggero come un battito d’ali, ma ugualmente deciso. Era risoluto quando trovò la forza di abbattere la Bastiglia, con le sue mura pesanti come macigni e indistruttibili come un pregiudizio. All’improvviso ho riscoperto il significato del mio nome, colta da una luce calda e familiare. Era la ragione che aveva scosso tutti noi e dato vitalità al cuore del mondo che per secoli aveva dimenticato di battere. Non mi domandavano più chi fossi, cosa avessi combinato nell’ombra e nella dimenticanza per così tanto tempo, perché sfilavo nuovamente sposa; e non era un solo uomo ad attendermi all’altare: era il mio popolo che mi acclamava. Come se non mi avesse mai perduto. Era la Francia. Era Parigi. Era il 1789 e correvo felice tra i cuori del mondo insieme alle mie amate sorelle Libertà, Fratellanza ed Uguaglianza. Poi uno divenne il migliore, attaccato ad una vaga ideologia di se stesso. Prese il nome di tiranno e guidò un popolo in catene. Fui truccata di nero e divenni amante di uno solo. Tutti mi chiamavano violenta e razzista, la mia collana fu un filo spinato ed i miei figli visi scarni ed occhi spenti. Venni poi vestita di rosso e fatta sfilare per le strade gridando “libertà”, ma fui in realtà prigioniera di arroganza e superbia. Ero solo una bandiera ed un’iconografia. Il popolo iniziò ad odiarmi ma il despota si innamorò di me. Camminavo solo in marce funebri con chiodi ai piedi. E poi quel 9 maggio 1978… l’alba dei funerali di uno stato, cinquantacinque giorni in cui lo presero, lo strapparono a me, lui che spirò amorevole dedizione nei miei confronti. E lo annientarono. Tutto vacillò vertiginosamente, persino io, sotto il peso del terrore e del dibattito che ben presto era diventato conflitto: salvare un uomo o uno stato? Salvarono lo stato, ma illusoriamente. Lui che tanto aveva donato allo stato stesso. Lui che era stato martire dei valori cristiani nella vita sociale. Lui che mi voleva indipendente dalle istituzioni ecclesiastiche. Lui che durante la segregazione si mostrò più uomo degli uomini. Lui che per quaranta anni non mi abbandonò nemmeno per un attimo. Lui che ora giace sotto la fredda terra ma vivo nel ricordo comune. Tremai. Piansi. La sfiducia aleggiava nell’aria accompagnata da sconforto e agitazione. Ma io, eterna ed incorruttibile, rialzai il capo e mi volsi verso l’avvento di una nuova stagione. Mi volsi verso di voi. Frammenti di vita, gesti, azioni che mi hanno portato ad essere quella che sono. Luci ed ombre che si sono alternate dentro di me. Luci ed ombre che ancora oggi si riflettono nei miei occhi. Luci ed ombre legate da un unico comune denominatore: la paura. Paura di non essere capita. Paura di non essere accettata. Io stamattina provo la stessa identica paura qui con voi e l’indifferenza che ho visto nei vostri volti altro non fa se non aumentarla». Nel pronunciare queste parole un ghigno beffardo mi invade il volto. Un’espressione di diffidenza mista a rabbia e a paura, ma soprattutto intrisa di voglia di raccontare. Mentre mi perdo in questi pensieri giunti proprio nel momento peggiore, quello stesso ragazzo che prima mi interrogava con aria di sufficienza si alza e si avvicina a me. Questa volta è lui a presentarsi. Il suo tono di voce è cambiato, ora si mostra interessato e nei suoi occhi scorgo una voglia irrefrenabile di conoscermi meglio. La paura non mi appartiene più. «Non siamo degli sprovveduti. Conosciamo bene il tuo passato glorioso e il tuo nome sarà da noi rispettato adesso e per sempre. Ma non venire a farci la predica dall’alto del tuo seggio, non conosci la nostra storia, né tanto meno il nostro percorso. Credi forse che la nostra sia superficialità e indifferenza? Oppure pensi che ti abbiamo abbandonato e lasciato da parte? No, ti sbagli… Non siamo noi ad averti dimenticato, sei tu ad aver dimenticato noi. Questa volta non puoi dire di essere stata trascinata nell’oblio della dimenticanza, perché noi ti abbiamo cercato ininterrottamente. Siamo andati sempre alla ricerca della tua luce, ne abbiamo avuto bisogno come l’aria. Ma abbiamo incontrato solo tenebre lungo il cammino, per cui abbiamo deciso di accontentarci a vivere come meglio possiamo. La nostra rassegnazione non è frutto di noncuranza ma è un’appurata presa di consapevolezza. Non c’eri quando abbiamo cercato di costruire per noi un piccolo posto in questo mondo. Non sai quanto tenacemente mettiamo alla prova i “grandi” con le nostre domande e le nostre idee, ottenendo in cambio solo silenzi e dubbi più radicati. Perché devi sapere, mia cara signora, che questa persone che dovrebbero essere il nostro più solido appiglio e più sicuro punto di riferimento, quanto più cerchiamo di avvicinarci a loro, tanto più loro si allontanano da noi. Formano quasi una casta chiusa, impenetrabile e non abbiamo alcuna possibilità di sfaldare questa loro piccola fortezza. Sono figli della loro generazione, del loro tempo. Hanno vissuto anni di fuoco, anni durante i quali credevano di poter cambiare il mondo. Erano piccoli eroi, in grado di migliorare le cose solo con la forza delle loro idee. Quegli eroi ormai non esistono più, si sono arresi perché hanno perso la loro sfida e infine sono cresciuti. E ora insegnano ai loro figli che i sogni non esistono, che nella vita è meglio affrontare la verità nuda e cruda piuttosto che fare gli eroi. Magari esistesse ancora oggi la grandezza della tua gloria, signora, ma ormai per noi sei nient’altro che un nome vuoto senza sostanza…». «Le tue parole sono come coltellate; come puoi dire che io vi ho dimenticato? Non potrei mai farlo, perché io posso vivere solo se voi vivete, mi nutro delle vostre idee e dei vostri progetti brillanti. La verità è che siete talmente tanto disillusi del presente e profondamente egoisti in questa società di individualisti che non siete abbastanza obiettivi. Il vostro è solo un discorso di comodità; sembrate tutti delle piccole “Anime Belle”: giudicate, criticate, pensate che il mondo possa andare meglio se cambiato, ma non fate nulla per trasformarlo. Qual è il vostro impegno in tutto questo?». «Saremo anche delle “Anime Belle”, come tu dici, ma sfortunatamente siamo obbligati ad esserlo. Come possiamo agire concretamente se non ci è data la possibilità di intervenire? Ci lasciate sempre ai margini… Non vedi che i tuoi seggi e le tue poltrone sono occupate da uomini egoisti e corrotti, impegnati solo a moltiplicare i propri privilegi e a soddisfare i propri bisogni? Ormai la corruzione è la tua corona e il malcostume il tuo vestito. In ogni cosa, in ogni ambito, in ogni situazione i buoni non vincono mai, sono sempre gli opportunisti e i raccomandati ad andare avanti. E noi? Quando arriva il nostro momento? Per te il talento non conta nulla! E allora, in questo clima di dubbio e incertezza, abbiamo deciso di vivere giorno dopo giorno e di percorrere la nostra strada. Noi seguiamo i nostri interessi, come la casta che ti venera segue i propri». «Uno dei primi insegnamenti che riceverete è che la vita non è facile. Non lo è mai stata per nessuno. L’unico strumento che vi è dato è la lotta continua per il conseguimento del vostro bene e del bene degli altri. Non potete essere così giovani e contemporaneamente cosi disillusi. Informatevi, confrontatevi, fate valere le vostre idee dieci, cento, mille volte, anche se rifiutate e derise. Le idee hanno trasformato il mondo, hanno smosso intere popolazioni alla ricerca del proprio futuro. Uomini sono morti per un ideale, abbandonando la propria casa, la propria famiglia, la propria vita. Cosa sarebbe successo se queste persone avessero abbassato la testa a chi gli si poneva di fronte con arroganza e presunzione? Il vero eroe è colui che non si arrende mai, che ha la forza di reagire alla prepotenza rigettandola in faccia a chi gliela impone». Nessuno aveva più la forza di rispondere nella palestra gremita di persone. Ognuno rifletteva silenzioso su queste parole dure, perché ogni anima in quel momento era cosciente delle proprie possibilità, opportunità non sfruttate, un po’ per paura, un po’ per disinformazione. Ogni anima conteneva in sé lo spirito di un grande guerriero, che ruggiva e scalpitava in attesa di uscire allo scoperto e di salvare il mondo. Ma in quel momento di fronte a me non erano gli eroi a parlare e ad ascoltare. Aspettavo con trepidazione che parlasse un’altra di quelle anime belle. Tutti erano rimasti interdetti dalla rabbia, dalla disillusione e dalla durezza di quelle parole. Ci fu qualche minuto di silenzio, nessuno dei ragazzi prendeva parola. Ero forse stata troppo dura? «Cari ragazzi, penso che forse sia arrivato il momento che io vada… Sappiate che comunque per me è stato un…». «Non credo possa andarsene. Nel mondo lei manca già a molti, spesso ci si dimentica come ricercarla e si compiono gesti inopportuni ed avventati. Cara signora, siamo giovani abituati ad avere tutto e subito, cresciuti con una concezione sbagliata sul suo essere, inattivi svogliati e per nulla fiduciosi nel futuro». Un disastro direi. Purtroppo vedo i risultati di una generazione distante e menefreghista, con tanta voglia di chiedere e nessuna di dare. Ormai si parla di me come di un ricordo lontano, di un vecchio poster da attaccare in camera o di una melodia per l’I-pod. Vorrei essere più presente. Voi giovani gridate nelle manifestazione e imbrattate i muri nella speranza che forse io vi ascolti, ma non basta gridare se poi non si sa che si dice». «Questa è una visione un po’ pessimista, ma concordo. Tutti parlano, fin troppo bene, ma alla fine nulla è compiuto. Capisco ciò che ha affermato precedentemente il mio compagno, sono stato molto attento a quello che ha detto e forse qualcosa di vero c’è. Allora alziamoci pure e andiamo a casa. Ogni giorno vedo ragazzi che gettano la spugna, stanchi si inseguire i proprio sogni, stanchi di credere che ci possa essere qualcosa di migliore. Siamo giovani non solo per l’età anagrafica, ma anche il nostro spirito dovrebbe esserlo, allora io mi allaccio le mie scarpe da ginnastica e continuo a camminare. Ci saranno sicuramente momenti di stanchezza e mi imbatterò senza alcun dubbio in molti ostacoli, ma credo fermamente in quello che troverò alla fine di questo percorso». «Forse questa volta dovrei essere io a porre alcune domande, nei tuoi occhi vedo una luce diversa. Le tue parole illuminano questa stanza ed io… Io riesco a sentirmi viva. Spesso, voi ragazzi andate contro di me nella speranza di una qualche libertà, apostrofandomi come malata o invecchiata. Credete realmente di essere liberi? Riflettete, la mia malattia non dipende forse anche da voi?». «Ci svegliamo tutte le mattine con la voglia di essere diversi, non so bene da cosa o da chi, forse da ciò che non ci piace o forse da quello che ci spaventa. Sicuramente è vero siamo liberi da catene e dalla schiavitù, ma siamo ancorati in concezioni qualunquiste e disfattiste, che la maggior parte delle volte non provengono neanche dalle nostre teste. Nel momento in cui ci saremo dovuti alzare tutti in piedi, ci hanno insegnato a rimanere seduti, a rimanere al nostro posto, inculcandoci la solita frase: “ Il mondo non cambia e tu solo non riuscirai a fare niente”. Da bravi ci siamo seduti ed abbiamo imparato a stare in silenzio consapevoli e certi di non poter far nulla. Abbiamo lasciato tutto così com’è, cercando di vivere, o meglio sopravvivere, nel migliore dei modi». «Tu forse hai ragione, ma io dove sono finita, perché sono così distante da voi? Chiedo scusa, non avrei mai immaginato di fare io le domande, ma sapete, l’uomo non mi ha mai permesso di ascoltare, ma solamente di parlare ed impormi. Penso che molte cose sarebbero andate meglio se io e quelli vicini a me avessimo ascoltato un po’ di più». «Ascoltare è importante, agire è necessario. Qualcuno ci ha parlato di πράξις e aveva veramente ragione. Non si può star fermi e sperare che le cose cambino, bisogna agire, ma con coerenza e capacità. Marx ci parlava di rivoluzione. Noi giovani potremmo fare veramente una rivoluzione se solo sapessimo l’importanza della collettività e dell’unione, molte volte sembra che conosciamo solo la violenza. Ti vediamo come se tu fossi una regina seduta su un trono di spine alla quale è impossibile avvicinarsi. Questo non può e non deve essere vero. Tu sei tutti noi. Sei l’onesto cittadino che al mattino va a lavoro, sei la madre che porta a scuola il proprio figlio e per lui sceglie il meglio, sei l’anziano che, seduto in un bar, racconta a tutti cosa vuol dire combattere nel nome di un’idea, sei una donna che dice “no” ai soprusi, sei un giovane precario che cerca lavoro, sei tutti noi studenti che stiamo, mattone dopo mattone, costruendo un futuro, sei una piazza, sei un giornale, sei una scelta, sei un sì o un no, sei un’idea che manda avanti un popolo, sei il silenzio dei malati che lottano per la vita, sei la speranza per qualcosa di nuovo». «Dalla tua bocca, un soave suono. Per fortuna qualcuno crede in me e riconosce chi sono. Posso essere il quotidiano ed ognuno nel proprio piccolo si interessa a me. Purtroppo però vengo messa da parte. Uomini e donne batterono i loro pugni sulla terra bruciata e fecero nascere fiori, altri portarono rumore nel silenzio ed altri ancora portarono acqua nel deserto. Si unirono in un’idea che brillava nei loro occhi più belli di una bandiera. Io sono la scelta, lo hai detto tu stesso, e non si può rimanere nel limbo». «Da quando sono piccolo mi dicono che lo cose non vanno bene, ma io non ci credo. Io credo in te. Ci credo ancora. Ho bisogno di sentire nuove idee pulsare nelle vene, necessito di un ideale da proteggere e per il quale combattere. Credo nel mondo e nella gente. Credo nell’unione e nel collettivo. Amo la mia patria anche se spesso vorrei fuggire, so che ha tanto di buono da far emergere ma non è stando in un angolo che lo si può notare». «Troppo tempo che non sentivo un tale discorso. Ormai parlano di me solo seduti in poltrona e solamente a scopo di lucro. Amano attaccarsi per le differenze di colore o di ideali, dimenticando dell’unione tra cittadino e benessere comune. Proprio per questo molte volte vengo confusa con un partito, con un colore, ma io non sono solo quello. Nasce così la sfiducia di molti. Vengo associata ad un volto, ma in realtà sono il volto di tutti coloro che credono in me. Sono madre di chi combatte per salvare ciò che vi è intorno, sono le lacrime degli uomini morti per salvarmi. Sono davvero “Tutto” ma vengo chiamata “Niente”. Voi ragazzi, prospettiva del futuro, non potete essere impassibili, non potete permettere agli altri di scegliere per voi. Non fate finta che io non esista, non nascondetevi dietro parole sentite e risentite. Costruitevi un ideale da rispettare per il resto della vita. Assolvete i vostri doveri, ma non calpestate i vostri diritti. Voi, nuovi cittadini, aprite le barriere, varcatele e abbattete i muri dell’oblio e dell’ignoranza». «Non crede però che anche gli adulti siano complici del nostro menefreghismo?». «Sono i primi complici della non-informazione, sono loro che, stanchi, hanno dimenticato cosa voglia dire agire, sono loro che vi trasmettono la pigrizia del presente e la paura del futuro. Allora il compito, cari ragazzi, è vostro. Solo vostro». «Probabilmente non abbiamo le capacità per riuscire, ma sicuramente c’è la voglia di fare, di andare avanti e di gioire di quelle vittorie che ci siamo sudati e perché no, anche di quelle sconfitte che ci faranno crescere. In quest’assemblea sento brusii e battiti di mani ed è proprio da qui che dobbiamo partire». Ogni singolo ragazzo si è ritrovato in quello che affermava uno, un altro o un altro ancora. Alcuni condividono ciò che si è detto, altri no. Ed io? Cosa hanno suscitato in me queste parole? È la prima volta che qualcuno “osa” parlarmi in questo modo. Queste parole sono andate a colpire la mia anima. Ora come non mai il mio cuore ha l’esigenza di battere più forte. Tutti mi guardano, mi scrutano, aspettano solo che riprenda la parola: «Non immaginavo di essere diventata tutto ciò. Non credevo che qualcuno potesse rivolgermi tali parole. In questo momento provo quasi un senso di vergogna e soprattutto di colpa nel rivolgermi a voi per alcune cose dette precedentemente. Sono però nello stesso tempo contenta nel sapere che c’è una via di salvezza, sia per me che per voi. C’è! Giungendo questa mattina in assemblea credevo che raccontandovi la mia vita avrei sistemato tutto, credevo di dover venire in una palestra a ricordare a quattro ragazzini la data dell’uccisione di Aldo Moro, o che un certo Silla avesse terrorizzato Roma con delle liste di proscrizione, invece ho trovato ragazzi che già sapevano queste cose. Ero io a non conoscere la vostra storia e il vostro percorso, perciò ora tocca a me mostrarvi la mia anima. Sta a me aiutarvi a comprendermi e ad aiutarvi a non smettere di sognare, a farvi essere giorno dopo giorno eroi della vostra vita. È forse arrivato il momento che io scenda dal mio seggio, che mi svesta di quel malcostume con cui mi sono abbigliata per troppo tempo e che ricominci a parlare con la semplicità dei gesti e con la dolcezza delle parole per avvicinarmi un po’ di più a voi, amici miei. Spero di darvi consigli utili che vi portino a registrare delle vittorie. Prima di tutto dovete imparare che “diverso” è anche possibile. Dovete far uscire fuori da voi quella voglia di fare il possibile per far sì che questo mondo sia diverso. Forse vi risulterà difficile, date anche le circostanze, pensare ad un mondo diverso, ma sappiate che questo mondo c’è, ed io cercherò di darvi gli elementi necessari per farvelo capire. Oggi ho sentito tante parole. Non credo che non abbiate sogni, non voglio crederci. I sogni sono fatti, però, di tanta fatica ed è troppo comodo non avere la forza di sognare. Amatemi e sentitemi sempre vicino a voi, in ogni attimo. Non abbiate paura di interrogarmi quando sentite che qualcosa vi sta sfuggendo. Perché io sono qui per voi, sempre. Il mio cuore, che ora sento nuovamente palpitare fino in fondo, batte per voi e così la forza della mia storia sarà ancora più potente. Condivido il discorso sulla casta, sul malcostume e sull’egoismo, ma dovete liberare la vostra mente da tutti questi pensieri ed, anche se difficile, non abbiate paura e andate avanti per la vostra strada. Del resto, se fino ad ora non mi conoscevate, è anche colpa di tutti quelli che mi trovano bella quando ero vestita di egoismo. Ma ora ci siamo conosciuti, possiamo fidarci l’uno dell’altra!». «Ma allora esisti davvero! Sei proprio come ti immaginavo! Ne è valsa la pena aspettarti e difenderti sempre e comunque». «Ti ringrazio perché le tue parole piene di speranza impediscono che io affondi definitivamente, ed era così tanto che non le sentivo! Il tuo discorso è per me come musica che mi culla e mi tranquillizza. Questo incontro è ormai giunto al suo epilogo. Le mie parole hanno viaggiato entrando, dalla porta principale, finalmente nei vostri cuori, pronti di nuovo a battere per me. Io sono sempre la stessa; sono sempre quella che ha paura di non essere capita, quella che se ne è andata dalla Grecia con la morte nel cuore. La sostanza è ciò che permane nel mutamento e la sostanza delle mie parole e quella della luce dei miei sogni è sempre la stessa. Ora vado via consapevole di ciò che ho detto». Incamminandomi verso l’uscita, in un silenzio quasi irreale creato da quegli studenti, immersa in mille pensieri sentii un ragazzo urlare: «Libertà è partecipazione». mi volto. Sorrido. Continuo verso l’uscita.
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